NICEA: RITORNO AL FUTURO

Probabilmente, dopo 1700 anni, sono in tanti a chiedersi, anche tra i cristiani, perché il viaggio in Turchia di Papa Leone XIV rivesta un carattere così particolare. Il punto è proprio la data, 1700 dopo il primo Concilio ecumenico del 325 d.C. che si svolse proprio a Nicea, nell’odierna Turchia. Lo scopo del concilio era quello di chiarire la natura stessa di Gesù, superando le dispute del tempo. Il figlio di Dio, fattosi uomo, era al tempo stesso vero Dio e vero uomo, “nato” dal Padre e così della stessa natura eterna del Padre e non, come insegnava Ario, “creato”, così da aver avuto un inizio nel tempo. Inoltre si dichiarò la nascita virginale di Gesù [nacque da Maria Vergine (Mt 1,18 e 25 e Lc 1,34-35)]. Di qui la base teologica della confessione di fede (il Credo) che fu perfezionata poi nel Concilio di Costantinopoli del 381 d.C.. Quello che si professa ancora oggi nelle Chiese cristiane come Credo Niceno-Costantinopolitano.

Un’ulteriore decisione del concilio fu quella di stabilire la data per la Pasqua nella prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera, in modo quindi indipendente dalla Pesach (la Pasqua ebraica), stabilita in base al calendario ebraico. Un Concilio ecumenico accolto e condiviso da tutte le Chiese cristiane prima delle divisioni, delle scissioni, delle riforme… E anche prima del “Filioque” che, nella versione latina del Concilio di Toledo del 589 d.C., avrebbe causato la divisione con le Chiese ortodosse.

Ecco dunque perché la professione di fede recitata insieme da Papa Leone XIV, dal Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e dagli altri Patriarchi delle Chiese ortodosse, nella versione “originale” del Credo Niceno-Costantinopolitano rappresenta un segnale importante per tutta la cristianità. Come ha sottolineato proprio Papa Leone XIV nella Lettera Apostolica In unitate Fidei «Il Credo di Nicea inizia professando la fede in Dio, l’Onnipotente, il Creatore del cielo e della terra. Oggi per molti, Dio e la questione di Dio non hanno quasi più significato nella vita. Il Concilio Vaticano II ha rimarcato che i cristiani sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non testimoniano la vera fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo. Si sono combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato in nome di Dio. Invece di annunciare un Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e punisce. Il Credo di Nicea ci invita allora a un esame di coscienza. Che cosa significa Dio per me e come testimonio la fede in Lui? L’unico e solo Dio è davvero il Signore della vita, oppure ci sono idoli più importanti di Dio e dei suoi comandamenti? Dio è per me il Dio vivente, vicino in ogni situazione, il Padre a cui mi rivolgo con fiducia filiale? È il Creatore a cui devo tutto ciò che sono e che ho, le cui tracce posso trovare in ogni creatura? Sono disposto a condividere i beni della terra, che appartengono a tutti, in modo giusto ed equo? Come tratto il creato, che è opera delle sue mani? Ne faccio uso con riverenza e gratitudine, oppure lo sfrutto, lo distruggo, invece di custodirlo e coltivarlo come casa comune dell’umanità?». Il messaggio che viene dalla Turchia è quindi un messaggio di pace e di speranza che nel solco anche del magistero di Papa Francesco invita il mondo a riflettere e a promuovere la piena fratellanza umana. In uno scenario mondiale segnato da guerre e da sopraffazioni la speranza per l’umanità parte proprio da un rinnovato cammino ecumenico, perché – come chiarisce ancora il Papa – non si tratta di «un ecumenismo di ritorno allo stato precedente le divisioni, né un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo della diversità delle Chiese e delle Comunità ecclesiali, ma piuttosto un ecumenismo rivolto al futuro, di riconciliazione sulla via del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali. Il ristabilimento dell’unità tra i cristiani non ci rende più poveri, anzi, ci arricchisce. Come a Nicea, questo intento sarà possibile solo attraverso un paziente, lungo e talvolta difficile cammino di ascolto e accoglienza reciproca. Si tratta di una sfida teologica e, ancor più, di una sfida spirituale, che chiede pentimento e conversione da parte di tutti. Per questo abbiamo bisogno di un ecumenismo spirituale della preghiera, della lode e del culto, come accaduto nel Credo di Nicea e Costantinopoli».

(c) Vito Rizzo 2025

[Articolo pubblicato sul quotidiano Le Cronache di Salerno del 30 novembre 2025]

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