Non dovremmo mai trascurare il fatto che il Papa, ancora prima che essere Pastore della Chiesa universale, è anche il Vescovo di Roma, ed è proprio in questa veste che l’altro giorno ha voluto dare alla sua Diocesi e ai presbiteri che collaborano più strettamente con lui nella dimensione pastorale locale, alcune indicazioni operative per aiutare a vivere con maggiore pienezza la dimensione della corresponsabilità.
La sua riflessione è partita dal capitolo 20 del Vangelo di Giovanni quando Maria di Magdala fa esperienza del Signore Risorto. Proprio alla luce della sua esperienza diretta, della sua iniziale incapacità di riconoscerlo e della “chiamata per nome” che le riserva Gesù, che la spinge alla condivisione della “Bella Notizia” con gli altri discepoli possiamo comprendere le dinamiche da seguire nella missione pastorale delle nostre realtà. Le domande che Gesù rivolge a Maria e alle nostre comunità sono sempre le stesse: «Perché piangi? Chi cerchi?» (Gv 20,15).
Il Papa osserva infatti che «che possiamo sentirle rivolte, oggi, alla nostra Chiesa e all’intera città: “Perché piangi? Chi cerchi?”. Esse riguardano la ricerca ansiosa di speranza che percepite nelle parrocchie, negli incontri e negli ambienti di vita, quando vi siete messi in ascolto gli uni degli altri e della gente. Maria Maddalena è sveglia prima dell’alba ed è già corsa al sepolcro, perché in lei c’è vita, c’è attesa!».
È lo spirito missionario che anima tante delle nostre realtà parrocchiali che vivono, dall’alba di ogni giorno, il servizio al prossimo come loro missione quotidiana, ma – come sottolinea il Papa – «a volte si moltiplicano le proposte, le attività, gli incontri e si smarrisce il centro, il senso evangelico di ciò che si fa».
La Chiesa non è una ONG! Quante volte abbiamo sentito questa espressione anche nel dibattito ecclesiale, ma cosa significa davvero? La risposta la troviamo proprio tra le righe del Vangelo «una sola parola fa voltare la Maddalena: il suo nome, “Maria!” (Gv 20,16). È così che si incontra Gesù Cristo: sentendosi chiamare per nome da Lui, nei molti modi in cui ciò può avvenire. È da qui che deve ripartire ogni azione pastorale: non tanto chiedendosi “che cosa” fare, ma piuttosto “chi” e “come” incontrare.
È da questa consapevolezza che germinano le attenzioni pastorali che il Papa propone, non soltanto alla Diocesi di Roma, ma a tutte le nostre realtà parrocchiali: «La prima attenzione: incontrare Cristo e farlo incontrare. La Chiesa non esiste per sé stessa, ma per condurre ogni persona all’incontro con il Signore; e allora non basta domandarsi se un’attività è ben organizzata, se è partecipata, se dura da molti anni; occorre domandarsi se essa conduce realmente a Cristo, se fa incontrare il Vangelo con la vita concreta delle persone. La seconda attenzione: generare comunità. Dalla Pasqua di Cristo nascono comunità nuove, libere, riconciliate. Abbiamo il coraggio di curare l’essenziale, per lasciare spazio a relazioni vere, dentro le quali le persone si sentano parte di un popolo: si sentano accolte, accompagnate, valorizzate, corresponsabili. Ai giovani impegniamoci a offrire tempo e ascolto, dentro e oltre le iniziative. La terza attenzione: abitare e servire […la comunità locale] che è il luogo della nostra missione. La comunità generata dal Risorto non può restare chiusa in sé stessa, ma condivide le attese, le fragilità e le domande delle persone; e impara a riconoscere, in ciò che accade nei diversi ambienti della città, le domande alle quali il Vangelo può rispondere, se nuovamente accolto».
È necessario ritornare alla sorgente della nostra esperienza di fede: «Si tratta di fermarsi insieme e di domandarsi, per ogni cosa che si fa: perché la facciamo? Quale intenzione evangelica ci muove, a quale bisogno reale intendiamo rispondere, in che modo questa scelta corrisponde alla missione della Chiesa? E poi, il secondo passo: perché otteniamo questi risultati e non altri? Perché alcune iniziative generano cammini e altre restano isolate? Perché alcune persone partecipano e altre rimangono ai margini? Dall’incontro tra le ragioni delle nostre scelte e le ragioni dei loro effetti nasce un discernimento autentico, che permette di riconoscere ciò che va mantenuto, valorizzato, corretto, abbandonato o avviato».
Un bello stimolo su cui lavorare…
(c) Vito Rizzo 2026
[Articolo pubblicato sul quotidiano Le Cronache di Salerno del 20 settembre 2026]
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