La nostra quotidianità è costantemente “bombardata” da immagini di devastazione, di guerra, di violenza alle quali sembriamo sempre più assuefatti, quasi fossero un sottofondo abituale che turba appena appena il nostro ritmo di vita abituale. Non ci scandalizziamo quasi più, reputando “normale” quello che invece è e resta “innaturale”, la morte provocata.
Nella Magnifica Humanitas Papa Leone XIV aveva messo chiaramente in evidenza come «assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso» [MH 190].
La narrazione che viene data alla “necessità” del ricorso alle armi, alla ammissibilità della guerra “giusta”, alla stessa banalizzazione che viene data al ricorso alla violenza in quella che papa Francesco denunciava come «globalizzazione dell’indifferenza», determina che «l’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione» [MH 190].
La nostra sovraesposizione informativa ci espone sempre più al condizionamento dello stesso pensiero critico fortemente influenzato non dalla qualità ma dalla quantità di notizie di cui siamo destinatari. Abbiamo l’illusione di essere più informati ma il rischio concreto è quello di assorbire in maniera sempre più acritica e passiva una manipolazione indotta da chi esercita il potere, economico, politico, finanziario, tecnologico.
È necessario attivare un cantiere di “resistenza etica”! Superando le barriere delle differenze per riscoprire il senso più profondo della fratellanza umana.
Nel suo messaggio ai partecipanti all’incontro internazionale “Pace disarmata e disarmante” che si è svolto il 27 ottobre ad Assisi in occasione del quarantesimo anniversario della Giornata di Preghiera per la Pace promossa nel 1986 da San Giovanni Paolo II, il Pontefice ha rimarcato come «proprio in questi tempi di cultura della potenza, c’è bisogno di far crescere lo spirito di Assisi, che è rifiuto della legittimazione religiosa della guerra, spirito di mediazione e dialogo, esperienza contemplativa e azione creativa per un futuro di pace». La riscoperta di un’antropologia che sappia mettere al centro la dignità di ogni persona e il recupero di un autentico sentimento religioso possono aiutare i popoli a riconoscere che la pace può tornare a essere «l’ideale comune dei popoli, la stella che guida ogni nostra scelta, il criterio che smaschera l’ingiustizia, l’orizzonte comune di tutte le genti».
Di qui l’invito di Leone XIV a ciascuno di noi ma soprattutto ai leader politici mondiali «dobbiamo ricostruire ovunque la pace, non preparare altre guerre!».
Un grido che parte da chi crede in Dio, nel Dio creatore, nel Dio della Misericordia, nel Dio della pace. Assisi ci aiuta a ribadire con forza che «la guerra non può mai essere fatta in nome di Dio!» perché «Non c’è nessuna guerra santa: solo la pace è santa!».
Parole nette, chiare, inequivocabili. Sono le parole del Vangelo, ma sono le Parole che riconoscono tutte le grandi esperienze religiose che sanno vivere in maniera autentica la relazione con Dio. È per questo che i credenti devono agire concretamente per essere – come diceva Papa Francesco – “artigiani di pace” [Fratelli tutti, 225]. Come ha ribadito ancora Papa Leone «la preghiera può sembrare debole di fronte alle potenze del mondo, ma è la forza umile dei credenti. Ci rivolgiamo a Dio che dona la pace: tocchi il cuore di chi vuole la guerra e il terrorismo. E non dimentichiamolo: non si prega mai invano!».
La preghiera è un grido silenzioso che non mobilita le piazze ma smuove le coscienze. L’augurio è che lo spirito di Assisi possa realmente convertire i cuori.
(c) Vito Rizzo 2026
[Articolo pubblicato sul quotidiano Le Cronache di Salerno dell’1 novembre 2026
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