Nelle sue catechesi del mercoledì Papa Leone XIV ha dato spazio ancora una volta alla Costituzione dogmatica Dei Verbum, il documento del Concilio Vaticano II che affronta il tema della Rivelazione di Dio. Dopo aver precisato la dinamica di amicizia che caratterizza questa relazione di dono reciproco, il Papa invita a spostare lo sguardo su Gesù: «Il compimento di questa rivelazione si realizza in un incontro storico e personale nel quale Dio stesso si dona a noi, rendendosi presente, e noi ci scopriamo conosciuti nella nostra verità più profonda. È ciò che è accaduto in Gesù Cristo». Il Documento conciliare, infatti, osserva che Gesù «è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione» (DV 2).
Un aspetto fondamentale per capire la profondità del Gesù storico a dispetto di chi – pure tra i teologi contemporanei– insegue il successo editoriale strizzando l’occhio a un pubblico distratto che si lascia fuorviare dalla distinzione tra Gesù e Cristo…
Non sorprende infatti il grande clamore che nelle ultime settimane sta riscuotendo il libro di Vito Mancuso, sempre più filosofo e sempre meno teologo, per giustificare una difficoltà, comprensibile e oggettiva, nelle nostre società secolarizzate di comprendere lo “scandalo” del Mistero di Dio fatto uomo. Non potendo negare l’esistenza storica di Gesù si pensa di disinnescare la portata della sua rivoluzione culturale e spirituale separando l’uomo dal Figlio di Dio.
Il Papa sottolinea invece che questa “mediazione” e la conseguente “pienezza” della Rivelazione si colgono soltanto se comprendiamo che «giungiamo alla piena conoscenza di Dio entrando nella relazione del Figlio col Padre suo, in virtù dell’azione dello Spirito». La Rivelazione è azione trinitaria e noi possiamo entrare in questa relazione e comprendere questa relazione soltanto se impariamo a riconoscere questo dinamismo trinitario nel quale Gesù ci coinvolge con la sua incarnazione e poi passione, morte e risurrezione.
Sono gli stadi della nostra vita che vengono condivisi pienamente da Gesù. Sottolinea ancora Leone XIV come «a salvarci e a convocarci non sono soltanto la morte e la risurrezione di Gesù, ma la sua persona stessa: il Signore che s’incarna, nasce, cura, insegna, soffre, muore, risorge e rimane fra noi. Perciò, per onorare la grandezza dell’Incarnazione, non è sufficiente considerare Gesù come il canale di trasmissione di verità intellettuali. Se Gesù ha un corpo reale, la comunicazione della verità di Dio si realizza in quel corpo, col suo modo proprio di percepire e sentire la realtà, col suo modo di abitare il mondo e di attraversarlo».
Superando la contrapposizione classica tra amore “spirituale” e amore “carnale”, nell’incarnazione di Gesù conosciamo una pienezza che coinvolge tutte le dimensioni del conoscere. Anche la stessa dimensione fisica, materiale, si proietta alla pienezza spirituale. Si tratta quindi di un amore “carnale” nel senso che si vive nella pienezza dell’esperienza di vita e che rompe gli schemi che vorrebbero relegare la fede e la conoscenza di Dio soltanto all’ambito intellettuale o alle forme più o meno autentiche di pietismo. La conoscenza di Dio è data dall’esperienza che facciamo di Lui nella nostra vita. È a quella pienezza di relazione che Gesù ci invita ad abbandonarci e che il Papa ci invita a guardare. È questo il senso profondo di quella pienezza e compimento che in Gesù, il Cristo, senza congiunzioni e senza trattino, dobbiamo imparare a guardare.
(c) Vito Rizzo 2026
[Articolo pubblicato sul quotidiano Le Cronache di Salerno del 25 gennaio 2026]
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