INSEGNARE È UNA MISSIONE

Nel suo discorso ai docenti di religione riuniti a Roma la scorsa settimana Papa Leone XIV ha voluto rimarcare l’importanza culturale della disciplina che viene offerta nel percorso formativo degli studenti italiani. Una disciplina da troppi considerata una Cenerentola, da tanti ritenuta una invadenza della laicità dello Stato, da altri ancora un’ora “cuscinetto” e da altri ancora una inutile perdita di tempo…

Eppure, se adeguatamente compresa e valorizzata, rappresenta l’occasione per aprire gli studenti ad orizzonti di comprensione della realtà, superando una dimensione meramente materialistica.

Richiamando Sant’Agostino, il Papa ha evidenziato come «lui parlava di una ricerca interiore alla quale da sempre sono legate, nell’essere umano, le grandi domande del vivere, il rapporto con Dio, con il creato e con gli altri, per cui la sete di infinito, insita in ciascuna persona, può diventare energia per promuovere pace, per rinnovare la società e per colmarne le contraddizioni».

La scuola ha il compito di educare e formare persone, adulti in grado di leggere, interpretare e vivere con pienezza la loro partecipazione alla vita civile, alle dinamiche sociali e comunitarie. Questo a prescindere dalla propria fede.

L’insegnamento della religione cattolica non ha infatti una dimensione confessionale ma culturale; offre chiavi di lettura che possono aiutare a contemplare la bellezza del creato, dell’arte, della storia e della letteratura. Come ha sottolineato il Papa «è come un trampolino di lancio da cui ragazzi e giovani possono imparare a tuffarsi nell’affascinante avventura del dialogo interiore, e in questo costituisce un elemento indispensabile di quell’alleanza educativa di cui oggi c’è tanto bisogno. Non solo. L’insegnamento della religione cattolica è una disciplina di grande valenza culturale, utile alla comprensione delle dinamiche storiche e sociali, nonché delle espressioni del pensiero, dell’ingegno e delle arti che hanno dato forma e continuano a plasmare il volto dell’Italia, dell’Europa e di tanti Paesi del mondo».

Altro aspetto fondamentale è quello della capacità relazionale, di empatia, che ciascun insegnante dovrebbe avere, ma – se possibile – ancora di più un insegnante di religione, chiamato ad essere anche testimone della luce del Vangelo per aiutare a riconoscere quella voce nel cuore che alberga in ciascuno. Di qui l’altro compito del quale sono investiti gli insegnanti di religione: «aiutare i ragazzi a riconoscere una voce che in realtà già risuona in loro, a non seppellirla, né a confonderla con i rumori che li circondano. In un’epoca in cui viviamo costantemente assediati da stimoli di ogni genere, ridurre al silenzio quella voce è facilissimo. Perciò, educare a sentirla o a ritrovarla è uno dei doni più grandi che si possano fare alle nuove generazioni. L’uomo non può vivere senza verità e significati autentici, e i giovani, anche se a volte sembrano apatici, o insensibili, dietro una facciata di apparente indifferenza, in realtà spesso nascondono l’inquietudine e la sofferenza di chi “sente troppo” e in modo troppo intenso, senza riuscire a dare un nome a ciò che sperimenta».

Ecco che allora «fare scuola significa formare le persone all’ascolto del cuore, e con ciò alla libertà interiore e alla capacità di pensiero critico, secondo dinamiche in cui fede e ragione non si ignorano, né tanto meno si oppongono, ma sono compagne di viaggio nella ricerca umile e sincera della verità. Per questo, educare richiede la pazienza di seminare senza pretendere risultati immediati, nel rispetto dei tempi di crescita della persona».

In definitiva, ha concluso il Papa spronando gli insegnanti, «i vostri alunni non hanno bisogno di risposte preconfezionate, ma di vicinanza e onestà da parte di adulti che li affianchino con autorevolezza e responsabilità, mentre affrontano le grandi domande della vita. Essi ricorderanno gli occhi e le parole di chi ha saputo riconoscere in loro un dono unico, di chi li ha presi sul serio, di chi non ha avuto paura di condividere con loro un tratto di strada, mostrandosi a sua volta uomo e donna che cerca, pensa, vive e crede».

(c) Vito Rizzo 2026

[Articolo pubblicato sul quotidiano Le Cronache di Salerno del 3 maggio 2026]

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