LA SANTA MESSA NON È MAI UNO SHOW

Nonostante l’attenzione mediatica sia, giustamente, concentrata sulla prima, dirompente, enciclica del Papa, Magnifica humanitas, che ragiona concretamente sullo sviluppo dell’Intelligenza artificiale nel rispetto della centralità della persona umana, Leone XIV sta proseguendo nelle sue udienze del mercoledì con la disamina dei principali documenti approvati dal Concilio Vaticano II. La riflessione ora è focalizzata sulla Sacrosanctum concilium, la costituzione che ha riformato la liturgia e il rito di celebrazione dei sacramenti. Come già Pio XII aveva chiarito nell’Enciclica Mediator Dei «la Chiesa è un organismo vivente, e perciò, anche per quel che riguarda la sacra liturgia, ferma restando l’integrità del suo insegnamento, cresce e si sviluppa, adattandosi e conformandosi alle circostanze e alle esigenze che si verificano nel corso del tempo», di qui l’esigenza di riflettere sulle opportunità di riforma della liturgia, sulle innovazioni e sui limiti invalicabili di eventuali adattamenti e mediazioni culturali promosse dal Concilio.

L’obiettivo dichiarato dalla Sacrosanctum concilium era inequivocabilmente quello di «conservare la sana tradizione e aprire a un legittimo progresso» (SC, 23).

Come lucidamente e autorevolmente aveva già chiarito Benedetto XVI, le innovazioni liturgiche devono sempre svilupparsi in continuità dinamica con la tradizione della Chiesa, notando come «non poche volte si contrappone in modo maldestro tradizione e progresso», mentre, «in realtà, i due concetti si integrano: la tradizione include essa stessa in qualche modo il progresso. Come a dire che il fiume della tradizione porta in sé anche la sua sorgente e tende verso la foce».

Ecco allora che occorre sempre distinguere all’interno della liturgia «una parte immutabile, perché di istituzione divina», da «parti suscettibili di cambiamento, che nel corso dei tempi possono o anche devono variare, qualora in esse si fossero insinuati elementi meno rispondenti all’intima natura della stessa liturgia, o si fossero rese meno opportune» (SC, 21).

Come ha osservato Papa Leone XIV «mutamenti di questo genere sono avvenuti costantemente lungo i secoli al fine di consentire ai fedeli una fruttuosa partecipazione, per mezzo delle azioni rituali, al mistero pasquale di Cristo, fondamento della fede cristiana. Il culto della Chiesa si è dunque “incarnato” nelle forme culturali di ciascuna epoca ed è stato capace di influire su di esse e addirittura di trasformarle. La liturgia è stata così, per secoli, un motore di evangelizzazione». Ecco allora che «occorre rinnovare questa energia in continuità con l’autentica e viva tradizione cattolica, cioè secondo una dinamica volta a introdurre i credenti alla pienezza della verità». Perciò è fondamentale che, soprattutto nella liturgia, non regni l’anarchia e che la creatività sia fedele al Mistero proclamato e vissuto, del quale la tradizione della Chiesa è uno specchio autentico e credibile.

La linea dei Padri conciliari è stata quella di promuovere sì una revisione dei riti ma «con l’avvertenza che le nuove forme in qualche modo scaturiscano organicamente da quelle esistenti» (SC, 23).

Le differenze dettate dai contesti culturali in cui il Vangelo è inculturato – come ha ribadito il Papa – «non compromette affatto la comunione ecclesiale» ma «intende piuttosto confermarla e favorirla».

Serve appunto fedeltà alle indicazioni del Magistero – creatività e non anarchia – «dissuadendo chiunque dall’aggiungere o togliere o modificare qualcosa, in materia liturgica, di propria iniziativa», come del resto già precisato al n.22 della stessa Sacrosanctum concilium.

Un invito esplicito da parte del Papa, in particolare ai sacerdoti e a quanto si occupano della preparazione delle celebrazioni, affinché si abbia cura di «custodire sempre quel rispetto dei testi e degli ordinamenti della liturgia che nasce dall’atteggiamento interiore di disponibilità e di affidamento a Dio, manifestando umiltà davanti alla sua grandezza e fedeltà sincera alla comunione ecclesiale».

La Santa Messa è Mistero. Mistero da celebrare ed accogliere, da vivere con il coinvolgimento pieno e consapevole dell’assemblea attraverso una celebrazione che sia in grado di valorizzare le espressioni culturali proprie delle singole comunità ma che sappia al contempo restare sempre fedele all’attualizzazione di una realtà che travalica e trascende il linguaggio umano. Soprattutto la celebrazione è Mistero, non è uno Show. Va resa bella, coinvolgente, dinamica, ma sempre nel rispetto del Mistero più grande che è chiamata ad accogliere.

(c) Vito Rizzo 2026 

[Articolo pubblicato sul quotidiano Le Cronache di Salerno del 31 maggio 2026]

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