Non nascondiamolo! La presenza dei Totem con i POS in alcune Chiese-pilota, come progetto promosso dalla Conferenza episcopale italiana, ha destato reazioni sorprese. Più o meno accoglienti. Più o meno critiche. Qualcuno addirittura ha gridato allo scandalo. C’è chi ha evocato subito il passo evangelico in cui Gesù scaccia i mercanti dal tempio (Mc 11,15-19; Mt 21,12-17; Lc19,45-48), confondendo – chiaramente – il “mezzo” con il “fine”.
Il “mezzo” è il POS, il “fine” è la carità.
La presenza dei POS in Chiesa come opportunità di donazione attraverso gli strumenti digitali è semplicemente, appunto, uno “strumento” messo a disposizione di chi voglia usarlo. Chi non vuole può tranquillamente continuare a utilizzare la questua della domenica come “svuota tasche” degli spicci ricevuti come resto per il caffè preso al BAR qualche minuto prima…
Chiariamoci: ben venga ogni piccolo gesto di comunione, ogni piccolo gesto di carità e di solidarietà, e anche 10-20-50 centesimi sono piccole gocce che concorrono al mare di carità che la Chiesa, in maniera silenziosa, riesce ad offrire alle nostre comunità. La “vedova” continuerà ad offrire il suo spicciolo anche se le è necessario (Mc 12,41-44, Lc 21,1-4), ma se qualcuno può e vuole dare 2 euro, 5 euro, 10 euro perché non farlo anche attraverso le modalità con cui abitualmente fa la spesa, paga le bollette o fa benzina?
L’impressione è che si faccia sempre finta di non vedere, di non capire, accontentandosi di una lettura superficiale che possa stimolare le campagne social.
Si diceva: si confonde il mezzo con il fine. Il “fine” dei POS in Chiesa non è “fare più soldi”, il fine è la carità, il sostentamento della Chiesa nelle sue diverse diramazioni. Di qui la possibilità di donare alla Parrocchia o all’Istituto italiano di sostentamento del clero (quello, per intenderci, che garantisce la presenza nelle nostre parrocchie dei sacerdoti). Gli stessi che ci aspettiamo siano presenti quando abbiamo bisogno di una parola di confronto, di un aiuto “materiale”, di un consiglio, o della celebrazione degli stessi sacramenti.
Ci siamo mai chiesti veramente come si finanziano gli sportelli della Caritas? come si pagano le bollette della luce? come si paga il riscaldamento per il catechismo o l’oratorio? come si finanziano le missioni nei Paesi più poveri del mondo? come fa a vivere il nostro parroco?
Grazie a Dio c’è tanto volontariato, tanta gratuità, ma le bollette a fine mese arrivano per tutti.
Bene, la raccolta dei soldi della questua serve alle esigenze della parrocchia: a pagare le bollette. E alle volte gli spiccioli raccolti nella questua nemmeno bastano.
E lo “stipendio” dei sacerdoti? Mensilmente, circa un migliaio di euro, da moltiplicare per i 29.500 sacerdoti diocesani…
Recitava un vecchio adagio latino “sine pecunia ne cantantur missae”. E non perché il prete o la Chiesa non vogliano, semplicemente perché i costi della carità sono alti (e necessari). Soprattutto in un mondo in cui le sacche di povertà economica e spirituale sono in costante crescita…
Chiediamoci ancora: cosa ne sarebbe della convivenza civile nelle nostre città e nei nostri paesi se non ci fosse la Chiesa a coprire i vuoti del sistema sociale dello Stato?
Quando si parla della Chiesa tutto è dovuto, tutto è scontato, ed è giusto che sia così.
Si tratta infatti di vivere il Vangelo, di farsi prossimi, di curare le ferite, di portare la grazia di Cristo a chiunque aneli ad accoglierla. Ma se nel 2026 la “questua” diventa digitale siamo subito pronti a storcere il naso. A confondere il “mezzo” con il “fine”…
A parer mio meglio dunque il POS, e non sentirsi dire dal parroco “vorrei aiutarti, ma purtroppo non pos…”
(c) Vito Rizzo
[Articolo pubblicato sul quotidiano Le Cronache di Salerno del 2 giugno2026]
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