Un «pastore saggio e sollecito» così ha definito Camillo Ruini Leone XIV durante la sua omelia il giorno dei funerali del cardinale. Una figura imponente del panorama ecclesiale e politico italiano, amato e mal sopportato, temuto e osannato. In particolare da presidente della Conferenza Episcopale italiana si è trovato a gestire gli anni del passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica, della fine della Democrazia Cristiana e dell’avvento di silvio Berluscono sulla scena politica. La sua lettura ha inciso molto sulla storia del nostro Paese. Ha esercitato il suo ruolo con polso fermo, occupando uno spazio culturale che – piaccia o non piaccia – dopo di lui è stato sempre più ignorato.
Tanti non gli perdonano il suo endorsment nei confronti di Berlusconi, quello schierare la gerarchia in un’ottica “anti-comunista”, nonostante la ceduta del muro e nonostante la discutibile “moralità”, pubblica e privata, del Cavaliere. Da presbitero e confessore “vecchio stile” amava ragionare con il leader di Forza Italia “fuori dal confessionale”, con la libertà di chiedere e ottenere garanzie su quelle che la Chiesa dell’epoca riteneva temi “sensibili” e “non negoziabili”.
Quanto di questo atteggiamento abbia spinto la sinistra ad assumere una posizione profondamente anticlericale nonostante un’agenda sociale in comune con le parrocchie è difficile stabilirlo. Di sicuro il suo scetticismo nei confronti di una “cultura laicista” sempre più ideologicizzata sembra aver trovato conferma negli anni successivi, una sinistra svuotata di contenuti sociali e schiacciata su una sorta di liberismo (e/o relativismo) etico.
La rigidità di Ruini all’epoca fece molto scalpore, anche alla luce del fatto che nel 1969 era stato proprio lui ad officiare le nozze di quello che sarebbe diventato il leader dell’Ulivo, Romano Prodi. Eppure, nonostante la corregionalità e un’amicizia di lunga data, la CEI ha spesso fatto sentire “ospiti” (non sempre desiderati) i tanti cristiano-democratici, i cristiano-sociali che avevano deciso con il Partito Popolare, prima, e la Margherita, poi, di costituire la gamba centrista del centrosinistra.
Per Camillo Ruini Silvio Berlusconi era più affidabile. Forse proprio per il fatto di doversi far perdonare i tanti suoi eccessi. Ma – come si diceva – il cardinale le questioni private le teneva nel confessionale e con Berlusconi aveva imparato a contrattare.
Realpolitik! Sembra lontano anni luce quel tempo ma la longevità del suo incarico, dal 1991 al 2007, vale quasi quanto un papato… Dopo di lui si sono succeduti Angelo Bagnasco e Gualtiero Bassetti e poi ancora l’attuale presidente Matteo Zuppi. Per tanti nostalgici di Ruini uno scivolamento “a sinistra”; a ben guardare, invece, è soltanto un’attualizzazione di quel progetto culturale che chiede alla Chiesa di vivere in pienezza il contesto storico, annunciando il Vangelo.
Papa Francesco definiva l’età contemporanea un cambiamento d’epoca, con nuovi parametri. Il Conclave ha saputo interpretarlo eleggendo al Soglio di Pietro, dopo Giovanni Paolo II, prima Ratzinger, poi Bergoglio e ora Prevost. Ciascuno “provvidenziale” nel gestire le sfide degli anni del proprio pontificato.
In fondo la CEI è stata chiamata a fare lo stesso, a rinnovare il suo approccio ei problemi del Paese, a rinnovare lo stile dei suoi rapporti con la politica, a gestire la complessità della Chiesa italiana in un mondo che cambia.
Ogni protagonista può essere raccontato e ricordato per le sue luci e per le sue ombre, anche per Ruini vale lo stesso. Resta un protagonista della storia italiana, ha segnato un’epoca. Che (però) non c’è più.
(c) Vito Rizzo 2026
[Articolo pubblicato sul quotidiano Le Cronache di Salerno del 21 giugno 2026]
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