È UNO SCISMA: SENZA “SE” E SENZA “MA”

La tunica di Cristo è stata per l’ennesima volta lacerata. A farlo, nonostante i ripetuti e paterni appelli del Papa, i seguaci di Mons. Marcel Lefebvre, un vescovo francese che negli anni ’70 si dichiarò ostile al rinnovamento promosso dal Concilio Vaticano II. Un gruppo “tradizionalista” (o forse sarebbe più corretto dire “integralista”) che vanta nel mondo un migliaio di aderenti tra sacerdoti, suore e seminaristi. Scomunicata nel 1988 da San Giovanni Paolo II a seguito dell’ordinazione “non autorizzata” di 4 nuovi Vescovi, la Fraternità sacerdotale San Pio X, questo il nome ufficiale, fu riaccolta nella Chiesa Cattolica nel 2009 da Papa Benedetto XVI in uno strenuo tentativo di riconciliazione che prevedeva, tra l’altro, la possibilità di officiare secondo la liturgia preconciliare integralmente in latino, il Vetus Ordo.

La tempistica racconta molto di più: al 30 giugno i Vescovi lefebvriani erano due, l’ordinazione di quattro nuovi Vescovi serve a garantire la possibilità di successive ordinazioni episcopali “autonome”: se fosse rimasto un solo Vescovo, in assenza di un concelebrante Vescovo, la Fraternità non avrebbe avuto nemmeno più la parvenza di poter operare nella continuità apostolica…

La reazione della Santa Sede non si è fatta attendere: il documento, firmato dal cardinale Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero, afferma che il vescovo Alfonso de Galarreta, consacrando vescovi quattro presbiteri senza mandato pontificio, ha compiuto «un atto di natura scismatica» ed è quindi incorso ipso facto (cioè nel semplice compimento dell’atto) nelle pene previste dal diritto canonico. Con lui sono dichiarati scomunicati Pascal Schreiber, Michael Goldade, Michel Poinsinet de Sivry e Marc Hanappier, i quattro sacerdoti ordinati “vescovi”. La stessa pena colpisce anche il vescovo Bernard Fellay, che ha partecipato alla celebrazione come conconsacrante. Il decreto è arrivato ventiquattr’ore dopo il rito celebrato il 1° luglio nel seminario San Pio X di Écône, in Svizzera, casa storica del lefebvrismo. Alla celebrazione erano presenti anche don Davide Pagliarani, superiore generale della Fraternità, sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli.

Verrebbe da dire che dopo l’atto scismatico del 1988, il “perdono” del 2009, i lefebvriani “ci son cascati di nuovo”. Pochi dubbi sui torti e le ragioni: il noto adagio latino, (che quindi i protagonisti dovrebbero conoscere), recita esplicitamente che “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum“. Diabolicum, appunto!

In verità un po’ sorprende il clamore mediatico. Al di là del dolore che la Chiesa tutta prova per dei suoi figli che si allontanano così sfacciatamente dalla comunione ecclesiale, la realtà dei lefebvriani ha numeri molto esigui se rapportati alle diverse confessioni cristiane presenti nel mondo. Ma proprio perché questa deriva confessionale continua a suscitare un certo fascino negli ambienti più tradizionalisti (anche in Italia), è bene ribadire che la portata del provvedimento non si ferma ai protagonisti delle consacrazioni: non soltanto i Vescovi (ex e pseudo) sono considerati scismatici e di conseguenza “scomunicati”, ma anche tutti i suoi ministri e i fedeli laici che vi aderiscono formalmente.

Il riferimento decisivo è al motu proprio Ecclesia Dei del 2 luglio 1988, pubblicato da Giovanni Paolo II dopo le consacrazioni episcopali compiute da monsignor Marcel Lefebvre senza mandato pontificio. In quel testo il Papa definiva quell’atto «una disobbedienza al Romano Pontefice in materia gravissima» e affermava che tale disobbedienza, portando con sé «un rifiuto pratico del Primato romano», costituiva «un atto scismatico».

Il decreto di oggi sancisce che de Galarreta e Fellay (i due ormai ex Vescovi) e i quattro nuovi consacrati (e quindi nulla più che pseudo-Vescovi) sono incorsi nella scomunica latae sententiae, cioè automatica, riservata alla Sede Apostolica, al pari di tutti i ministri ordinati aderenti alla Fraternità. Per i fedeli laici il testo introduce una distinzione importante: non si parla di una scomunica automatica per chiunque abbia partecipato occasionalmente a una celebrazione della Fraternità ma sono da ritenersi scismatici e scomunicati «coloro che aderiscono formalmente» alla Fraternità San Pio X. Decisivo anche il passaggio sulla validità dei sacramenti officiati dai membri della fraternità: la celebrazione eucaristica, la penitenza, gli stessi matrimoni da loro assistiti sono da considerarsi invalidi.

Non è lasciato spazio ad equivoci: la Santa Sede invita i fedeli a rimanere saldi nella comunione con il Romano Pontefice, con i vescovi in comunione con lui e con tutta la Chiesa e chiede di astenersi dal partecipare alle celebrazioni e alle attività promosse dalla Fraternità San Pio X. Destano pertanto non poche perplessità le “giustificazioni” di alcuni fedeli e, soprattutto, di alcuni presbiteri che sembrano non cogliere la gravità del gesto scismatico compiuto.

Resta tuttavia aperta la porta della misericordia: il Dicastero assicura che la Chiesa accoglierà con sollecitudine quanti desiderano tornare alla piena comunione, affidando ai nunzi apostolici il compito di predisporre procedure che gli ordinari potranno utilizzare nei singoli casi.

Quel Dio misericordioso che fanno fatica a riconoscere per loro ci sarà sempre. Ce lo ha insegnato con chiarezza proprio il Concilio…

(c) Vito Rizzo 2026

[Articolo pubblicato sul quotidiano Le Cronache di Salerno del 5 luglio 2026]

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