Con l’arrivo dell’estate cresce la fibrillazione nelle Diocesi per quelli che sono i cambi di parroci decisi dai rispettivi Vescovi. Immancabili la curiosità, il dispiacere per chi va via e l’attesa o la preoccupazione per chi è chiamato a subentrare.
Il diritto canonico al canone 522 stabilisce che «È necessario che il parroco goda di stabilità, perciò venga nominato a tempo indeterminato; il Vescovo diocesano può nominarlo a tempo determinato solamente se ciò fu ammesso per decreto dalla Conferenza Episcopale». La Conferenza episcopale italiana ha promulgato il relativo Decreto il 24 settembre 1984 cercando di trovare un giusto equilibrio tra diverse esigenze pastorali della stabilità e della missionarietà. Si è quindi deciso per un periodo standard di nove anni, suscettibile di proroghe specifiche alla luce di situazioni particolari.
Nel passato si era abituati ai parroci “a vita” che accompagnavano le comunità senza soluzione di continuità, dagli anni ’80 in poi le diverse Conferenze episcopali hanno accettato l’idea di nomine “ad tempus” in grado di bilanciare da un lato l’esigenza di stabilità, dall’altro il carattere missionario che deve animare ciascun prete diocesano.
C’è da dire che quasi tutte le Conferenze Episcopali hanno optato per un periodo di sei anni, ad eccezione proprio dell’Italia (nove anni), di Malta (sette anni) e di Thailandia (cinque anni).
Ma cos’è cambiato negli ultimi due, tre anni?
Volontà del singolo Vescovo diocesano e una indicazione dall’alto?
L’impressione è che la CEI abbia chiesto ai Vescovi di dare attuazione con maggiore puntualità alla disposizione del Decreto dell’84 facendo diventare la nomina “ad tempus” la regola e la nomina “ad tempus indefinitum” l’eccezione; e non viceversa.
Quindi bisogna entrare nell’ordine di idee che “normalmente” un parroco stia in una determinata parrocchia per nove anni, dieci, undici, non di più. Ciò può garantire da un lato un periodo sufficiente a trasmettere il proprio carisma pastorale alla comunità, lasciandolo in eredità al parroco successivo che, alla luce delle proprie sensibilità pastorali, potrà arricchire e completare le modalità di cura del suo predecessore.
Certamente il parroco resta uno dei pochi punti di riferimento della comunità e perderlo dopo un paio di lustri può sembrare una brusca rottura di abitudini, di legami, di rapporti, ma probabilmente ciò serve anche ad accompagnare tanto i fedeli quanto i sacerdoti verso un maggior protagonismo laicale che può e deve rappresentare la stabilità della singola comunità.
Ciò non significa che la scelta del parroco possa avvenire “a suffragio universale”.
Anche qui il codice di diritto canonico è molto chiaro, recita il Canone 524 «Il Vescovo diocesano, dopo aver valutato tutte le circostanze, affidi la parrocchia vacante a chi ritiene idoneo ad esercitarvi la cura pastorale, esclusa ogni preferenza di persone». Le parrocchie non vengono assegnate per simpatia e antipatia ma avendo cura e attenzione delle caratteristiche delle parrocchie e dei diversi presbiteri.
Un processo che è frutto di attente e profonde valutazioni tanto che il secondo periodo del richiamato canone precisa che il Vescovo «per giudicarne l’idoneità, senta il vicario foraneo ed esegua le indagini opportune, uditi, se del caso, determinati presbiteri come pure fedeli laici».
I laici possono essere interpellati “se del caso”. Ciò non lede il loro protagonismo nella gestione della Chiesa ma prende atto di una istruttoria che nasce e matura in seno agli organismi di curia che sono demandati alla cura pastorale delle comunità diocesane. Bisogna imparare a rispettare i ruoli, cosa che in epoca di like social e televoto si fa fatica, forse, da parte di alcuni, ad accettare.
Ci sono ruoli e responsabilità diverse a seconda del ministero che si è chiamati ad esercitare; a ciascuno è chiesto di assumersi le proprie responsabilità come membra dell’unico corpo che è la Chiesa.
Questi piccoli “traumi” sono quindi crisi di crescita, un invito a diventare tutti sempre più “cristiani”.
(c) Vito Rizzo 2026
[Articolo pubblicato sul quotidiano Le Cronache di Salerno del 12 luglio 2026]
Leave a Reply