Questi Mondiali non saranno soltanto ricordati come quelli della genuflessione del presidente della FIFA Gianni Infantino al presidente degli Stati Uniti Donald Trump, (a riprova di un mondo che ama prostrarsi e idolatrare i potenti di turno), ma anche per i tanti segni di preghiera e di devozione rivolti a Dio, quello vero. Piccola annotazione. Questa domenica, dopo l’eliminazione della Francia laicista e dell’Inghilterra “anglicana”, la finale della Coppa del Mondo vedrà scontrarsi due paesi a maggioranza cattolica: la Spagna che diede inizio con la Regina Isabella di Castiglia all’evangelizzazione del continente americano e l’Argentina che, negli anni scorsi, per la prima volta ha donato al mondo un papa americano. Una finale “cattolica” che è anche un piccolo omaggio all’originario fondatore della Coppa del Mondo, il cattolico Jules Rimet, presidente della FIFA negli anni ’20, a cui si deve anche il nome delle prime edizioni della Coppa, fino al triplete del Brasile nel 1970 che portò all’assegnazione permanente della Coppa Rimet, poi sostituita dall’attuale trofeo.
A benedire l’Argentina ci penserà da lassù il tifosissimo papa Francesco, per la Spagna, invece, non passerà di certo inascoltata la preghiera di un fervente praticante come l’allenatore della nazionale Luis de la Fuente.
Ma – come si diceva – tanti sono stati i gesti di fede spontanea dei calciatori registrati nel corso di questi mondiali. Emblematica l’immagine di alcuni calciatori delle nazionali della Germania e di Curaçao in preghiera, in cerchio, insieme, a fine partita. Come ha svelato Felix Nmecha, autore del gol per Curaçao «Siamo avversari, ma prima di tutto siamo fratelli cristiani. Ogni volta che scendo in campo, non lo faccio per me stesso, ma per dare gloria a Dio. Abbiamo fatto una piccola preghiera, insieme, e ne siamo orgogliosi».
Anche la squadra del Ghana è stata protagonista di uno dei momenti più spirituali del torneo, fermandosi in preghiera dopo una vittoria, o come l’immagine dei calciatori della Repubblica Democratica del Congo, grati a Dio per esserci in un’occasione così importante per lo sport, a di là del risultato. Un altro momento significativo si è verificato dopo la vittoria per 4-1 degli Stati Uniti sul Paraguay: Mark McKenzie ha riunito giocatori e staff tecnico in un cerchio di preghiera sul campo, con lui Christian Pulisic, Weston McKennie, Chris Richards e Matt Freese che hanno condiviso pubblicamente la loro fede e la loro partecipazione a studi biblici e incontri di preghiera.
Il centrocampista tedesco Felix Nmecha, dopo aver segnato un gol, ha fatto un gesto simbolico di offerta di una corona a Gesù, mentre dopo la partita d’esordio del Sudafrica, l’attaccante Lyle Foster è stato fotografato inginocchiato sul campo in preghiera; come lui anche Ben Doak, una delle stelle emergenti del calcio scozzese. Gesti simili sono stati compiuti dal nazionale olandese Crysencio Summerville dopo un gol o anche dal belga Jeremy Doku, prima dell’inizio della partita del Belgio.
Gesti discreti, silenziosi, che non sempre vengono catturati dalle telecamere ma che sono spazi intimi di preghiera e di testimonianza che nulla hanno a che fare con gesti abitudinari e di routine.
L’attaccante messicano Armando Gonzalez è rimasto inginocchiato sull’erba al termine della partita di esordio; il suo gesto di gratitudine è stato una delle immagini più condivise dai tifosi durante il primo giorno dei Mondiali. La “vetrina” del Mondiale è stata quindi anche spazio di testimonianza. Il difensore ivoriano Emmanuel Agbadou, ad esempio, ha rivelato un messaggio sotto la sua maglia che ha attirato l’attenzione di migliaia di persone. Il messaggio recitava: “Sostienimi secondo la tua promessa, affinché io viva e la mia speranza non sia delusa. Amen.” Lo stesso Lionel Messi, dopo aver battuto un altro record, ha voluto esclamare «Dio mi ha dato così tanto, cos’altro posso chiedergli?»
Non soltanto quindi i “favoritismi” che mortificano lo spirito del gioco; il Mondiale e lo sport ci mostrano che insieme alla bellezza dei gesti tecnici ci può essere una bellezza vissuta nella grata riconoscenza dei doni ricevuti. Senza scomodare il D10S del calcio, come ci insegna il Vangelo anche il talento è un dono di Dio, e tanto Leo Messi quanto il musulmano Lamine Yamal ne sanno qualcosa…
(c) Vito Rizzo
[Articolo pubblicato sul quotidiano Le Cronache di Salerno del 19 luglio 2026]
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