La vicenda del gioielliere condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per duplice omicidio, e per il tentato omicidio di una terza persona, continua a far discutere e interroga non soltanto il diritto, ma anche l’emotività e le coscienze delle persone. Una regola fondamentale del giornalismo anglosassone, scelta da Lamberto Sechi come motto del settimanale Panorama, recita «I fatti separati dalle opinioni»; è proprio quello che dovremmo tornare a fare…
I fatti: tre persone cercano di rapinare nel 2021 una gioielleria nel Cuneese, il proprietario Mario Roggero li mette in fuga con una pistola detenuta illegalmente, li insegue per strada, li spara e ne uccide due, ferendone un terzo.
Le opinioni: “ha fatto bene”, “ha fatto male”, “è legittima difesa”, “è giusto perché lo volevano rapinare”
Opinioni, non fatti.
I magistrati si sono attenuti ai fatti; e lo hanno condannato al carcere e a risarcire le famiglie delle vittime.
Giusto? Sbagliato?
Il diritto è chiamato a giudicare la proporzionalità tra azione e reazione in rapporto alle circostanze e al bene tutelato. Il bene della “proprietà” non è equiparabile al bene della “vita”. La legittima difesa regge solo tra beni equivalenti “vita” – “vita”, da appurare in base alle circostanze. Nel caso specifico mancano sia l’equilibrio tra i beni tutelati “proprietà” – “vita” e non “vita” – “vita”, sia le circostanze: non c’era una minaccia diretta alla vita (né alla proprietà) perché i rapinatori erano in fuga, e sono stati inseguiti e uccisi con dei colpi alla schiena; “freddati”.
Pochi dubbi.
I fatti: non c’è “legittima difesa”.
Un cristiano può avere un’opinione differente rispetto a questi fatti? Decisamente no.
Libro dell’Esodo, capitolo 20, versetto 13: “non ucciderai”. È il quinto comandamento che si impara anche al catechismo.
Nel caso specifico, poi, non serve nemmeno scomodare Gesù con il suo «porgi l’altra guancia» (Mt 5,39; Lc 6,29), basta andare all’Antico Testamento e al Libro del Levitico che afferma la “Legge del Taglione”.
Beninteso non una legge di autorizzazione alla vendetta privata ma una mitigazione della vendetta privata secondo un principio di proporzionalità.
Leggiamo: «Chi percuote a morte un uomo dovrà essere messo a morte. Chi percuote a morte un capo di bestiame lo pagherà: vita per vita. Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatta all’altro. Chi uccide un capo di bestiame lo pagherà; ma chi uccide un uomo sarà messo a morte» (Lev 24, 17-21).
Chiaro: “vita” con “vita”, mai “vita” per “proprietà”. Poi, come detto, è arrivato Gesù e ci ha invitato a non vendicarsi. Poi è arrivato lo stato di diritto e ha affidato alle leggi dello stato, alle forze dell’ordine, alla magistratura il compito di proteggere e fare giustizia punendo i trasgressori. Tutelando “il bene della vita” anche per chi commette un reato contro la vita, figuriamoci contro la proprietà. Il no alla pena di morte è un principio giuridico universale.
Ultima annotazione: il versetto successivo del Libro del Levitico ribadisce anche un altro concetto molto chiaro, che la nostra Costituzione ha sancito in particolare all’articolo 3: siamo tutti uguali davanti alla legge, italiani e stranieri: «Ci sarà per voi una sola legge per il forestiero e per il cittadino del paese; poiché io sono il Signore vostro Dio» (Lev 24,22).
I fatti separati dalle opinioni.
(c) Vito Rizzo 2026
[Articolo pubblicato sul quotidiano Le Cronache di Salerno del 26 luglio 2026]
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